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Preghiera liturgica e preghiera personale

vangelo.jpgLa preghiera personale è uno dei momenti in cui si esprime la vita spirituale dei credenti, tanto nella sua espressione di preghiera vocale, meditazione, colloquio, come nei vertici della contemplazione. Con frequenza la questione del rapporto fra liturgia e preghiera personale ha risentito di un'impostazione polemica. Così all'inizio del secolo c'è stata la polemica fra il benedettino M. Festugière e il gesuita J. Navatel. Più tardi in Germania vi è stata la rivendicazione della legittimità della preghiera personale contro chi sembrava proporre solo come autentica la preghiera liturgica e comunitaria. Si è fatta eco di questa polemica Edith Stein che nel suo libro Das Gebet der Kirche, che risale al 1936, scriveva: «Non si può opporre la preghiera interiore, libera da ogni forma tradizionale, "pietà soggettiva", alla liturgia che è la "preghiera oggettiva" della Chiesa. Ogni autentica preghiera è preghiera della Chiesa: mediante ogni preghiera sincera qualcosa avviene nella Chiesa stessa che prega perché è lo Spirito Santo che in essa vive, che in ogni singola anima "prega per noi con inenarrabili sospiri" (Rom 8, 26). Questa è la vera preghiera perché nessuno può dire "Signore Gesù se non nello Spirito Santo (cf. 1Cor 12, 3). Che cosa sarebbe la preghiera della Chiesa se non fosse il dono di quelli che amano veramente Dio, il quale è Amore?»[1]. Poi, alla fine degli anni cinquanta vi è stata la nota polemica suscitata dal libro di J. e R. Maritain, Liturgia e contemplazione che voleva esaltare la contemplazione a scapito della liturgia[2]. Oggi, anche davanti all'ondata di metodi di preghiera che si ispirano alle tecniche dell'Oriente non cristiano si sente il desiderio di un'osmosi feconda fra l'interiorità della preghiera personale e l'oggettività e normatività della preghiera liturgica[3].
A livello dottrinale l'opposizione è ormai superata. Già nella SC 12 si era affermata la necessità della preghiera personale, secondo il comando del Signore, dicendo che la vita spirituale "non si esaurisce" nella sola liturgia: questo accenno della SC sembra importante, in quanto cerca di dare una soluzione ad un problema che era stato molto sentito nei tempi del rinnovamento liturgico. Più chiara l'esposizione fatta dalla Istituzione Generale sulla Liturgia delle Ore, n. 9; infatti in questo paragrafo, che è un'apologia della preghiera ecclesiale comunitaria, si afferma indirettamente la dignità della autentica preghiera cristiana fatta in privato, attribuendo le note essenziali della liturgia: cristologica, pneumatologica, ecclesiale: «Benché anche la preghiera fatta nella propria stanza a porte chiuse (Mt 6, 6), sia sempre necessaria e da raccomandarsi (SC, 12) e anch'essa venga compiuta dai membri della Chiesa mediante Cristo nello Spirito Santo, tuttavia alla preghiera della comunità va attribuita una dignità speciale...». Ogni preghiera cristiana è quindi fatta sempre dal membro della Chiesa, per Cristo, nello Spirito. Anche la Costituzione Laudis Canticum n. 8 di Paolo VI, che promulga la nuova Liturgia delle Ore, respinge ogni opposizione fra liturgia e preghiera personale e ne vede anzi il mutuo rapporto.
Il Catechismo della Chiesa cattolica riassume molto bene la tendenza conciliante, quando afferma: «La liturgia è anche partecipazione alla preghiera di Cristo rivolta al Padre nello Spirito Santo. In essa ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo culmine. Per mezzo della liturgia l'uomo interiore è radicato e fondato nel grande amore “con il quale il Padre stesso ci ha amati”»[4]. Tutta la dottrina della IV parte del Catechismo è pervasa di un profondo senso biblico e liturgico e si afferma esplicitamente: «La preghiera interiorizza ed assimila la liturgia durante e dopo la sua celebrazione. Anche quando è vissuta "nel segreto" (Mt 6, 6), la preghiera è sempre preghiera della Chiesa. è comunione con la Santissima Trinità»[5].
In una semplice riformulazione dei rapporti si dovrebbe affermare che la liturgia è sorgente della preghiera personale, a livello sacramentale - per la grazia del battesimo e dell'eucaristia - e per il nutrimento della parola che essa quotidianamente procura. Ma è pure il luogo dove la preghiera si esercita anche attraverso le formule stesse della preghiera ecclesiale. Inoltre la liturgia rimane la scuola fondamentale della preghiera personale e ad essa deve in qualche modo rifarsi per cogliere l'ispirazione dei contenuti e la ricchezza delle formule. La preghiera personale troverà nella liturgia l'educazione ad esprimersi in quegli atteggiamenti più puri e nobili della preghiera cristiana: ascolto della parola, silenzio contemplativo, adorazione, lode, ringraziamento, offerta, invocazione.
Lo stesso si può affermare del rapporto fra liturgia e contemplazione, in quanto questa è come una forma semplice della preghiera, illuminata dalla fede e accesa dalla carità.
Guigo II il Certosino, parlando della contemplazione come quarto gradino della lectio divina, così la definisce: «La contemplazione è, per così dire, un innalzamento dell'anima che si eleva al di sopra di se stessa verso Dio, gustando le gioie dell'eterna dolcezza». Si tratta quindi di un momento semplice, unitario, fruitivo di comunione con Dio. Paolo VI al termine del Concilio Vaticano II (7-12.1965) l'ha definita in questi termini:«lo sforzo di fissare in Dio lo sguardo e il cuore, che noi chiamiamo contemplazione, diventa l'atto più alto e più pieno dello spirito, l'atto che ancora oggi può e deve gerarchizzare l'immensa piramide della attività umana».
Con tutta la tradizione patristica occorre ricordare che la contemplazione cristiana ha le sue radici nel Battesimo come mistero di luce, illuminazione, "photismos". La Lettera Orationis formas, n. 21, della Congregazione per la Dottrina della Fede, indica l'illuminazione come il secondo momento della vita spirituale, fondata sul santo battesimo, e cita alcuni testi dei Padri sul rapporto fra illuminazione battesimale e contemplazione cristiana e afferma: «Fin dall'antichità cristiana si fa riferimento alla "illuminazione" ricevuta nel battesimo. Essa introduce i fedeli, iniziati ai divini misteri, alla conoscenza di Cristo mediante la fede che opera per mezzo della carità. Anzi alcuni scrittori ecclesiastici parlano in modo esplicito dell'illuminazione ricevuta nel battesimo come fondamento di quella sublime conoscenza di Cristo Gesù (cf. Fil 3, 8) che viene definita come "theoria" o contemplazione».
La contemplazione, per essere autentica ha per oggetto le stesse realtà - parole ed opere - della storia della salvezza. Essa deve quindi nutrirsi alla liturgia, con il cibo della Parola, della preghiera, dei sacramenti, nella ricchezza inesauribile dei testi liturgici. La liturgia è momento forte e privilegiato per entrare in una dimensione tutta particolare della contemplazione. Se non siamo capaci di cogliere subito questo profondo senso della contemplazione liturgica ciò è dovuto al fatto che manca la consapevolezza del vivere la liturgia come mistero al quale si partecipa con una forte intensità di vita teologale, con una notevole attenzione alla presenza del Dio vivente, alla azione cultuale e santificante di Cristo, e alla sinergia, o collaborazione che a noi chiede lo Spirito.
Per entrare nella dimensione contemplativa della celebrazione è necessario prima di tutto favorire il silenzio interiore ed esteriore, una certa pacificazione del corpo e dello spirito, un profondo atteggiamento teologale per l'incontro con il mistero.

                                                                                                                          Giuliano Franzan OFMCap



[1] Edith Stein, La preghiera della Chiesa, Morcelliana, Brescia 1959, 27-28.
[2]
J. e R. Maritain, Vita di preghiera. Liturgia e contemplazione, Borla, Roma (Recente ristampa senza data. L’originale risale al 1959).
[3]
F. Brovelli, Imparare a pregare. L’apporto della “liturgia Horarum”, in La Cuola Cattolica, 119(1991), 344-358.
[4]
Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1073.
[5]
Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2655.

 
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