Home arrow Novità arrow Il sacramento della confessione: colpa e senso di colpa
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I
l sacramento della riconciliazione:
   
                    colpa e senso di colpa

                              

Prima di soffermaci a riflettere sulla confessione dei peccati analizziamo il secondo aspetto importante: il senso di colpa e la colpa.
Spesso capita che dopo aver commesso qualche mancanza il peccatore abbia un senso di vergogna, si senta sporco, macchiato, tanto da «soffrire» arrivando a esasperazioni di tentativi per riparare il male commesso, o addirittura intensificando le richieste di perdono. Questo atteggiamento porta a considerare che il «senso» o sentimento che si prova, non è di ordine teologico, ma parte dal contesto psicologico personale.
In questo caso, il dolore, il rincrescimento, la vergogna, e sentimenti analoghi per il peccato non sono tanto «senso del peccato» come abbiamo illustrato nell’articolo precedente, ma «sensi» di altri fatti dolorosi o di altre eventualità temute e sofferte, derivanti, non tanto dalla fede quanto da esperienze di altro tipo, anche se vissute in concomitanza oppure sfruttando motivi di fede (Cfr. P. Balestro, «Senso del peccato e senso di colpa», RPL 12(1975) 11).
L’intento non è quello di sminuire il senso di colpa a favore del senso del peccato, ma si vuole semplicemente distinguere le due realtà riguardanti la nostra esistenza, vissute spesso in un unico atto. Se si vuol definire meglio il senso di colpa, lo si può definire come una sensazione dolorosa che sopraggiunge dopo aver compiuto un’azione giudicata «male» e che ha le sue cause non tanto dalla consapevolezza del peccato, quanto da esperienze vissute nella propria esistenza.

Natura del senso di colpa
Come per il senso del peccato, anche il senso di colpa ha una sua natura e una sua origine: esso deriva dall’interazione che nasce tra il soggetto e i rapporti sociali che egli instaura e vive nel suo ambiente.
Il senso di colpa è un’esperienza umana universale, costitutiva della persona ‑ non solo un fatto religioso ‑ espresso con modalità diverse a seconda delle culture in cui si vive. A partire, dunque, dall’identità della persona umana è possibile circoscrivere il senso di colpa in alcune peculiarità che lo caratterizzano e che incidono, positivamente o meno, sulla moralità, sulla religiosità, sull’affettività e sulla socialità che interessano l’identità della persona. Questa realtà psichica parte da un unico vissuto e si divide in tre dimensioni che incidono fortemente sulla formazione della personalità e della riconciliazione dell’individuo e sono tutte compresenti, ma una prevale sulle altre dando senso e direzione a tutto (cfr. G. Sovernigo, Senso di colpa, peccato e confessione. Aspetti psicopedagogici, EDB, Bologna 2000.).
Per una maggior chiarezza è opportuno dare qualche accenno che specifichi più precisamente le dinamiche del senso di colpa.
1. La colpevolezza psichica
Il senso di colpa psichico è visto quasi come un processo contro se stessi in cui il soggetto è sia il giudice, che il reo. Sovernigo, nel suo libro citato sopra, afferma: «Si tratta di uno stato affettivo deprimente, più o meno isolante e autodistruttivo, conscio o inconscio, a base di ansietà, angoscia e paura di una punizione a causa di una legge infranta o del timore per la possibile vendetta di una persona significativa offesa». Un esempio che ci può aiutare a capire meglio questo tipo di colpevolezza lo troviamo nella vicenda di Giuda (Mt 27,5-10).
Dopo il tradimento e la consegna di Gesù ai soldati, egli è preso da un’angoscia egocentrica che lo rinchiude sempre più in se stesso. […] Giuda vive il suo peccato e il suo pentimento non come una conversione verso qualcuno, ma come una soppressione progressiva e accelerata di ogni azione interpersonale. Si chiude all’unico scambio ancora possibile. E dentro di lui irrimediabilmente fermenta una angoscia egocentrica nella quale la sua energia psichica non può non sfociare in un ripiegamento aggressivo su di sé. […] Se, nel chiamarlo «amico», Gesù lo ha guardato, come ha guardato Pietro, Giuda non ha veduto quello sguardo, o perlomeno non ha lasciato che gli entrasse dentro (G. Sovernigo, Senso di colpa, 135-136).
L’angoscia della colpevolezza, quindi, si riferisce a sé e non agli altri, è una mancanza di stima e di amore della propria persona: la colpevolezza aumenta se aumenta il disprezzo per sé.
2. La colpevolezza morale
Il senso di colpa psichico è alla base di alcuni modelli di morale che ora verranno esposti. A partire dal XV secolo ciò che era proposto nella morale era ricalcato sui comandamenti, riducendosi così all’osservanza della legge e al dovere. «Nasceva anche una mentalità incline alla casistica, al nominalismo e al razionalismo morali. Infine si sfociava frequentemente in un fariseismo che si accontentava d’impostare le relazioni con Dio sulla base dell’osservanza materiale e scrupolosa d’un codice religioso e morale» (G. Sovernigo, Senso di colpa, 154). Si faceva prevalere «l’essere considerato» colpevole, più che il «considerarsi» colpevole, mettendo, così, in secondo piano la necessaria ed educativa interiorizzazione dei principi etici. «I sintomi di ossessione, isteria, allucinazione, deliri di colpa, dannazione e personalità disarmoniche e nevrotiche sono, appunto, causati da un eccessivo senso di colpa psichico strutturato in una morale vincolata dall’obbligo» (G. Sovernigo, Senso di colpa, 154-155). Ammesso che il senso di colpa psichico, se equilibrato – come qualsiasi sentimento – è per sé positivo per una propria crescita affettiva, o per la riparazione di un danno arrecato, dà uno sviluppo più autonomo della propria personalità. Un passo avanti rispetto a quanto detto è proprio la maturazione della personalità, che nella crescita dell’individuo diventa sempre più autonoma, adulta; afferma Sovernigo, «si tratta di una emozione della coscienza morale che riconosce l’errore oggettivamente commesso e la propria parte di responsabilità soggettiva. Si colloca sul piano della realizzazione cosciente, libera e autonoma della persona umana. Il senso di colpa morale o colpevolezza morale contrassegna una persona divenuta moralmente adulta, al di là del credo religioso che professa. Esso presuppone una struttura psichica “aperta”» (G. Sovernigo, Senso di colpa, 166).
Nel credente, oltre alla colpevolezza morale, è presente una dimensione nuova che come abbiamo già visto va oltre i valori etici: egli infatti si rifà a Dio.
3. La colpevolezza religiosa
Senza ripetere cose già dette prima spiegando il senso del peccato, possiamo comunque affermare che questo tipo di colpevolezza trascende l’aspetto psichico e anche quello morale. Esso nasce dal confronto-contrasto tra la misericordia e il perdono di Dio, tra se stessi e i propri errori. Come per gli altri tipi di colpevolezza, si prendono in considerazione i sentimenti positivi o negativi vissuti dal singolo nei confronti di sé, del gruppo e ora anche di Dio: tali sentimenti, dovuti ad una mancata relazione personale – sottoforma di negazione o di sganciamento di sé e del proprio agire, di omissione, rifiuto o trasgressione – anche nei confronti di Dio sono finalizzati a riconoscere Dio, il suo progetto, il suo perdono, la sua bontà e quindi riconoscersi sua creatura da lui salvata. La novità di questa colpevolezza sta proprio nell’essere un fattore costruttivo della persona e non un ripiegamento mortificante. Il sistema religioso in cui viene inserita la colpa è un sistema «aperto», perché essa viene perdonata dall’Altro che viene incontro.
In questo rapporto dialogale sottolinea Sovernigo, «“la colpa non è di fronte a me, ma di fronte a Dio. Di fronte a lui c’è sempre e comunque il perdono. Io sono sempre figlio di Dio. Se ho peccato di fronte a Dio, so che il perdono mi viene da Dio.” Ciò è molto liberante perché il perdono viene da fuori. Un cristiano ha la certezza di essere sempre figlio» (G. Sovernigo, Senso di colpa, 173.).

Dal senso di colpa al senso del peccato
La relazione personale, dunque, è l’elemento discriminante che evidenzia la differenza tra colpa e peccato. Il senso del peccato non si riduce, allora, ad una mera coscienza che riconosce di aver infranto una legge, né a constatare un proprio fallimento dovuto alla fragilità o a errori nelle proprie decisioni, bensì all’intuizione di aver rotto la relazione con Dio. D’altra parte, però, se Dio è lontano o estraneo alla propria vita, non ci può essere coscienza di peccato perché non vi è esperienza di fiducia e di amore. Afferma Laurita: «Nessuno si sente in colpa per aver dimenticato un compleanno di un estraneo. Se con quella persona non si ha alcun rapporto di conoscenza e di amicizia, se non c’è nulla tra me e lei, non c’è neanche l’obbligo di ricordarsi di lei, di compiere un gesto di affetto o di amicizia. Ma chi, invece, non si sentirebbe in colpa per aver dimenticato il giorno del compleanno del proprio padre o della propria madre?» (R. Laurita, «Iniziare alla vita, iniziare alla fede (Dossier)», R&S 21 (1994) 33.).
La parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) ci fa da maestra. Dopo aver constatato in fallimento completo della sua impresa, il figlio rientra in sé, non solo per la fame e il ricordo dal pane che mangiano anche i servi di casa sua, ma soprattutto perché riconosce di aver peccato «contro» suo Padre, contro la sua fiducia e il suo amore. È nell’accorgersi dell’amore del Padre che il figlio si riconosce peccatore, tanto da confessare il suo errore. La sua confessione, quindi, è l’espressione di questo malessere reale ed interiore che non deve essere taciuto e che apre le porte all’accoglienza, al perdono del Padre, perdono dato con larghezza che si manifesta con la reintegrazione nello stato precedente l’esperienza di male.
 
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Studio Teologico Interprovinciale "Laurentianum" dei Frati Minori Cappuccini
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